(Pubblicato sulla Rivista Rosa+Croce, Autunno 2020)

Rosa+Croce è una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine — ma impegnano solo i loro Autori — e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.


La comunicazione, un'arte mistica

Autore Claudio Mazzucco — Imperator
«Ciò che ci caratterizza come esseri umani è la capacità di comunicare con affetto, empatia, compassione e gentilezza. Questo significa essere umani.»
La comunicazione, un'arte mistica
«Non parlo l’inglese. Chaplin non parla il francese. E parliamo senza il minimo sforzo. Che cosa succede? Che lingua è la nostra? È la lingua viva, la più viva di tutte, che nasce dalla volontà di comunicare ad ogni costo, la lingua dei mimi, la lingua dei poeti, la lingua del cuore.»
— Jean Cocteau [1]

Vorrei condividere con voi qualche riflessione riguardo la capacità degli esseri viventi di comunicare a vari livelli, dalla parola scritta fino al silenzio dello sguardo degli innamorati, dai discorsi filosofici fino al tocco del neonato alle dita della madre.

Recentemente ho letto che anche i batteri si scambiano materiale genetico in una sorta di comunicazione microbiologica e che gli alberi di un bosco comunicano tra loro attraverso strutture presenti nelle loro radici, scambiandosi anche sostanze alimentari. Da parte nostra, noi rosacrociani in particolare, conosciamo bene ciò che ci sta dicendo il famoso scrittore francese. Ne siamo testimoni ogni volta che costruiamo le condizioni affinché l’Egregore del nostro Ordine si manifesti.

L'armonia dell'incontro e l'Egregore

L’ultima grande esperienza di questo genere, grande intesa come numero di membri che l’hanno sperimentata, è stata durante il nostro Convegno Mondiale a Roma, nell’agosto del 2019. Erano presenti circa 2.400 membri venuti da 72 diversi paesi. Rivedendo il filmato e le foto del Convegno, ricordo perfettamente l’atmosfera che abbiamo respirato, le vibrazioni che abbiamo sentito, il clima che abbiamo costruito: mi rendo conto che abbiamo realizzato una piccola Utopia. Tutti comunicavano con gesti di affetto, sorrisi, strette di mano, abbracci e molto mimo. Per noi italiani questo aspetto risulta spontaneo: si dice che parliamo con le mani, ed è vero. Ma voglio sottolineare l’aspetto più importante di quei quattro giorni, che è stata proprio l’armonia che abbiamo costruito e la qualità della comunicazione che ne è derivata.

L’armonia e la comunicazione tra gli esseri non è qualcosa che cala dall’alto come una benedizione, bensì una condizione che va costruita con impegno, sforzo, buona volontà, energie e tempo. Richiede cura costante, perché edificarla è un progetto complesso, mentre per demolirla basta veramente poco. In fondo ciò che il nostro Ordine tramanda è proprio questo: strumenti per edificare l’armonia in noi e attorno a noi, strumenti di dialogo profondo con sé stessi e con gli altri.

Sarebbe utile a questo punto definire cosa intendiamo per “armonia”, ma risulterebbe un’impresa ardua e forse impossibile. Possiamo però dire questo: avete mai vissuto momenti che vorreste rendere eterni? Momenti che vorreste non finissero mai? Ecco, forse anche se non possiamo definire con precisione analitica l’armonia, possiamo intuire cosa essa sia, quale condizione speciale dell'anima la caratterizzi.

Se riflettiamo su questo aspetto vediamo che edificare momenti di armonia per instaurare una buona comunicazione è un processo per nulla scontato. In particolare, nel tempo presente le relazioni sono spesso segnate dall’assenza di ascolto, sia interiore sia dell’altro. Ad esempio, i dialoghi della politica sono caratterizzati più dal tentativo di prevalere e avere ragione che non dalla ricerca e salvaguardia di una verità volta al bene comune dell'umanità. Ciò avviene sovente anche nelle relazioni quotidiane: succede che mentre una persona parla, l’altra stia già pensando a cosa ribattere appena l'interlocutore farà una pausa per respirare. Non vi è autentico ascolto.

Ma quali sono gli elementi che permettono una comunicazione profonda e di qualità? Chi ha l’abitudine di camminare lungo i sentieri di montagna avrà già sperimentato che quando si incontra un altro camminante lo si saluta calorosamente, nonostante sia un perfetto sconosciuto, spesso accompagnando il saluto con un sorriso o un cenno della mano. Al contrario, in un centro cittadino affollato a nessuno verrebbe in mente di salutare ogni passante, e se lo facesse verrebbe guardato con diffidenza. Cosa determina questa differenza di comportamento?

Nel sentiero di montagna andiamo per fare esperienza della natura, respirare aria pura, contemplare la bellezza e vivere momenti di quiete: sappiamo intimamente che chiunque incontriamo su quel medesimo sentiero si trova lì per lo stesso motivo. Siamo accomunati dai medesimi fini e dalla stessa predisposizione d'animo. Possiamo quindi affermare che avere scopi comuni permette la vera comunicazione: riconoscere che l’altro cerca le stesse cose che cerchiamo noi consente di edificare una relazione di qualità.

Elevarsi per superare la dualità

Tuttavia, nel mondo delle polarità siamo spesso prigionieri del bisogno di separare nettamente il bianco dal nero, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, la ragione dal torto, accanendoci a difendere la nostra parziale prospettiva. Nella dimensione dell'esteriorità non riusciamo a scorgere la terza via che concilia gli apparenti contrasti dell’esperienza. Per riuscirci è necessario che l’esperienza venga osservata con uno sguardo distaccato, privo della bramosia di avere ragione, autentica sorgente di ogni discordia.

Bisogna accettare che esiste sempre una verità superiore sia alla mia sia a quella del mio interlocutore, e che solo insieme potremo portarla alla luce. E per vederla è necessario elevarsi, esattamente come quando si sale su una vetta montana, svelando uno scenario prima invisibile.

La parola Utopia deriva dal greco ou-topos, che significa letteralmente “non luogo” o “luogo che non c'è”. Noi rosacrociani sappiamo per esperienza che questo spazio sacro, questa Terra Promessa, non si trova tracciata sulle mappe geografiche, ma possiede una realtà viva nel cuore dell’uomo. Ogniqualvolta l’umanità ha tentato di localizzare geograficamente questo luogo, l’esito è stato rovinoso: ancora oggi popoli interi si combattono duramente ritenendo che la vera Gerusalemme sia racchiusa in confini fisici, quando in realtà tali confini sono solo costruzioni mentali.

Spesso il termine utopia viene derubricato a fantasticheria puerile; eppure moltissimi traguardi civili oggi consolidati erano un tempo considerati utopie irrealizzabili. Si pensi a chi, durante le tragedie delle due guerre mondiali, sognava un'Europa unita nella pace e nella cooperazione culturale: un ideale che oggi è divenuto realtà tangibile grazie alla perseveranza di molti. Camminare verso la propria Utopia interiore è forse il nobile destino assegnato a ogni essere umano.

Il sentiero interiore verso la vetta

Il cosmologo Chris Impey osserva con felice intuizione:

«Per noi l’universo potrebbe non avere nessun significato, ma ha rifatto il nostro letto e messo una caramella sul cuscino, come se sapesse che stavamo arrivando.» [2]

Questa frase sintetizza magnificamente l'esperienza che il ricercatore compie lungo il sentiero di conoscenza promosso dall'AMORC. È necessario scoprire il senso profondo dell'esistenza, della nostra presenza sulla Terra, della nostra famiglia, del lavoro che svolgiamo e degli incontri che costellano il cammino. Se isolate, queste circostanze possono sembrare prive di disegno; ma osservate nella loro trama complessiva rivelano una profonda saggezza interiore indissolubilmente intrecciata con la nostra vita.

«Ognuno di noi ha un’Utopia nel proprio cuore: è nel cuore dell’uomo che questa Terra Promessa esiste.»

Tutto nel cosmo attesta che gli incontri non sono frutti del caso. La comunicazione — con il reciproco scambio di affetto e saggezza — è la nostra più nobile prerogativa. Quando scorgiamo una persona ricca di empatia, compassione e gentilezza siamo soliti definirla “molto umana”: questo perché comunicare con il cuore è l'essenza stessa dell'umanità.

Ognuno di noi custodisce un'Utopia nel proprio intimo: il viaggio che conduce ad essa è un cammino interiore. Intraprendendo questo sentiero, scorgiamo presto altri viandanti sulla stessa Via e impariamo a riconoscerci con rispetto, consapevoli dell'impegno che ciascuno profonde per raggiungere la propria Città Ideale o la vetta spirituale.

Il professor Robert Pogue Harrison ci ricorda che:

«Il filosofo Epicuro (IV sec. a.C.) osservava che non esiste maggiore causa di piacere per gli esseri umani, nessuna causa maggiore di felicità morale, che un'intelligente, proficua e piacevole conversazione tra amici che sanno come ascoltare, ispirare e illuminare.» [3]

Per i Rosacrociani è essenziale ancorarsi a questo ascolto sincero, senza mai degradare una via iniziatica e mistica in un arido esercizio intellettuale. Non aspiriamo a divenire eruditi capaci di esibire citazioni dotte ma sordi al Divino che dimora in noi e negli altri. Vogliamo invece percepire nel cuore l’Unità dell'intera creazione e riconoscere l'unica Presenza vivente che permea l'infinito Cosmo, della quale siamo manifestazione cosciente.

Camminare in montagna richiede fatica, salite ripide, pause e ripartenze; ma riserva profumi rari, orizzonti limpidi e la gioia fraterna della condivisione, poiché sul sentiero nessuno dovrebbe mai rimanere solo. Siamo sospinti dalla certezza della vetta, dove un panorama sublime si aprirà dinanzi ai nostri occhi: è l'Utopia che ci guida, l'armonia che custodiamo nell'anima e la volontà di irradiarla nel mondo.

Siamo nati per l'incontro: prepariamoci ad esso.


Riferimenti bibliografici

  1. Jean Cocteau, Il mio primo viaggio - Il Giro del mondo in 80 giorni, Milano: Edizioni Olivares, 1994.
  2. Chris Impey, La fine di tutto. Dai singoli individui all’intero universo, Roma: Le Scienze, 2010.
  3. Robert Pogue Harrison, Giardini. Riflessioni sulla condizione umana, Roma: Fazi Editore, 2017.