(Pubblicato sulla Rivista Rosa+Croce, Primavera 2026)
Rosa+Croce è una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine — ma impegnano solo i loro Autori — e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.
Dio del mio cuore
«“Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione”: l’espressione più bella, rispettosa, mistica e laica che l’Ordine, nella sua saggezza, ci consegna.»
Durante la mia vita da rosacrociano molte volte ho partecipato a discussioni sulla natura di Dio, sia con membri dell’Ordine sia con non membri. Si tratta sempre di discussioni appassionanti e che in fin dei conti, pur non arrivando a delle conclusioni, stimolano molto la riflessione. E di queste riflessioni voglio parlare in questo articolo.
Discutere sulla natura di Dio, la sua esistenza, se abbia creato il mondo, se lo controlli in qualche modo o se si sia ritirato (come conciliare l’idea di ritirarsi con l’idea di onnipresenza?) lasciando all’uomo il libero arbitrio, se Dio ha la possibilità di andare contro le sue stesse leggi e se non ha questa possibilità e come intendere allora l’onnipotenza divina sono solo alcune delle idee che accompagnano l’essere umano da almeno 3000 anni.
Il Rosacrocianesimo moderno rappresentato dall’AMORC ha cercato di porre la questione non tanto dal punto di vista delle definizioni quanto dell’esperienza. A questo scopo, Harvey Spencer Lewis creò l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione”, un concetto inclusivo che conta tanti modi di comprendere quante sono le centinaia di milioni di abitanti adulti capaci di pensare a questo tema. Ossia ogni essere umano adulto avrà una propria immagine di Dio, inclusi gli atei, visto che per negare l’esistenza di Dio devono in qualche modo aver costruito dentro di sé l’idea che poi negano.

Un'osservazione sugli atei: credo che ne esistano di due tipi e che entrambi siano meritevoli di rispetto nel loro modo di pensare. Ci sono coloro che, avendo riflettuto sul mondo, la realtà e la vita, concludono che la natura così com’è, determinata dal caso, sia sufficiente a spiegare tutta l’evoluzione nell’universo. Spesso in una conversazione con questo tipo di ateo si vede chiaramente che il Dio di cui negano l’esistenza è proprio quel dio seduto su una nuvola che cerca di toccare la mano di Adamo; e non raramente troviamo in questo ambito persone che costruiscono riflessioni profonde sulla vita e il suo significato.
D’altra parte, esistono coloro che si dichiarano atei ma lo sono soprattutto perché non si sono mai soffermati a riflettere sul tema. Lo sono, diciamo così, per una comodità, non ne sentono la necessità e questo è altrettanto legittimo. Non esiste un motivo o una legge per cui una persona dovrebbe riflettere su questo argomento magari anche contro la propria volontà. E né tantomeno esiste una ragione logica per cui noi rosacrociani dovremmo cercare di spiegare che sono in errore: ciò sarebbe una dimostrazione di presunzione che mal si addice a un rosacrociano. Come se qualcuno potesse sapere cos’è Dio.
Ma cosa significa dunque l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione”? Da un punto di vista rosacrociano dovremmo riflettere su come la coscienza umana si sia evoluta durante i millenni: dalla condizione dell’uomo prima della scoperta del fuoco, quando all’imbrunire doveva ritirarsi in una caverna per evitare i pericoli che non poteva vedere, all’uomo che, di fronte alle forze della natura, concepiva dei demoni o degli dèi per spiegare i fenomeni a cui assisteva, fino ai filosofi greci, che indagavano la natura in modo razionale dopo aver abbandonato i miti come spiegazione del mondo.
Siamo poi passati alla comprensione dei fenomeni naturali principalmente con la nascita della scienza moderna: con Galileo e il primo principio di relatività; poi con Newton — che spiegò con la sua dinamica il comportamento dei pianeti nello spazio e dei corpi sulla terra —; fino ad Einstein, che rivoluzionò ancora una volta la visione del cosmo (spiegando che il tempo esiste ma non è lo stesso per tutti e dipende dalla velocità con cui ci si muove o dall’azione della gravità in cui ci si trova); e, infine, con la fisica delle particelle detta meccanica delle matrici o meccanica quantistica, la quale ha dato una nuova visione della materia e, in qualche modo, del cosmo stesso.
Così vediamo che molta strada è stata percorsa dal genere umano, e l’idea che abbiamo del mondo è sostanzialmente cambiata innumerevoli volte. A ciò si deve aggiungere lo studio della vita con lo sviluppo della biologia, dalle osservazioni di Darwin fino alla nascita della biologia molecolare, la biologia evoluzionistica, la microbiologia, la genetica, la paleontologia e l’archeologia, scienze che hanno lanciato una nuova luce sulle possibili origini della vita sul pianeta e sui processi dell’evoluzione. Tutta questa conoscenza ha espanso enormemente l’idea che abbiamo sulla vita, sull’universo e sulla realtà in generale. Dunque, cosa possiamo dire dell’idea dell’esistenza della divinità oggigiorno senza incorrere nell’ingenuità di definire ciò che non può essere definito?
Durante una visita alle scuole superiori in Italia, il famoso fisico e cosmologo britannico David Sciama fu interrogato da una studentessa su quale idea avesse di Dio, essendo lui uno studioso del cosmo. Sciama spiegò che la scienza non si occupa di Dio ma che, studiando l’universo, “la sensazione” che si ricava è di ordine. L’universo è ordinato e risponde a delle leggi che possono essere descritte con la matematica. Come dicevano i filosofi greci, il fatto che la ragione possa comprendere il cosmo significa che il cosmo è razionale. Ma vedete: Sciama parla di “sensazione”, di una percezione interiore che non può essere descritta o spiegata. Non offre una chiara definizione di quest’ordine: non sta dicendo che cos’è l’ordine, ma sta dicendo che prova una sensazione.
Werner Heisenberg fu uno dei padri della meccanica quantistica; ha vinto un premio Nobel per la fisica all’età di soli trentun anni per una scoperta che fece quando ne aveva ventisei. Egli scoprì una proprietà intrinseca della natura, cioè che esiste una impossibilità di conoscere due caratteristiche di una particella subatomica simultaneamente. Non entreremo in questo ambito per non rendere la comprensione difficoltosa a coloro che non sono abituati alla fisica. Mentre per la fisica classica possiamo, a titolo di esempio, sapere in un preciso momento a che velocità va un’automobile e in che posizione si trova simultaneamente, non è così per le particelle subatomiche. Il suo Principio è conosciuto come Principio di indeterminazione e costituisce uno dei cardini della meccanica quantistica, perché non si tratta di una indeterminazione dovuta alla nostra incapacità di misurare un fenomeno, ma piuttosto di una caratteristica intrinseca della natura stessa.
Heisenberg narra nella sua autobiografia intitolata Fisica e oltre un’esperienza che gli accadde subito dopo la Prima guerra mondiale. Egli spiega che la Germania era in grande caos, con disordini nelle strade e sull’orlo di una guerra civile. Allora la Gioventù Tedesca, un movimento studentesco, organizzò un incontro nel Castello di Prunn, in Baviera, per confrontare diverse visioni sul futuro del paese. Heisenberg, ventenne, partecipò alla riunione nel cortile del castello e notò che ogni oratore descriveva un modello diverso per la società. Nelle sue stesse parole:
«Io mi sentivo troppo insicuro per partecipare alla discussione; ascoltai però con attenzione interrogandomi ancora una volta sul significato del termine ordine. Dai vari discorsi appariva chiaro che si poteva credere sinceramente in ordini del tutto diversi e che, quando differenti concetti di ordine si scontravano, ne risultava la negazione stessa dell’ordine. Ciò avveniva, meditavo tra me, perché si trattava di ordini solo parziali, di frammenti di un ordine centrale più vasto e generale.
Ogni concezione dell’ordine era magari vivificata da un’energia creativa ma non convergeva più insieme alle altre verso un centro unificante. Più ascoltavo più mi rendevo conto con intensità quasi dolorosa dell’assenza di un ordine globale. Provavo un dolore quasi fisico ma non mi riusciva di intravedere una via di uscita che mi portasse fuori dalla selva di opinioni contraddittorie. Le ore passavano tra discorsi e dibattiti. Nel cortile le ombre si allungarono, scese la luce grigia del crepuscolo e poi la notte rischiarata dalla luna.
La gente non smetteva di discutere: poi su una balconata apparve un ragazzo con un violino, si fece silenzio e risuonarono i primi grandi accordi in re minore della Ciaccona di Bach. Di colpo con assoluta certezza seppi di aver trovato il collegamento con quel centro che mi mancava. Il limpido fraseggio della Ciaccona mi investiva come un vento freddo spazzando via le nebbie e mostrandomi le gigantesche strutture che fino ad allora mi erano rimaste nascoste. La musica, la filosofia e la religione hanno sempre mostrato, oggi come ai tempi di Platone e di Bach, la via verso l’ordine centrale, e di questo ero ora certissimo avendolo sperimentato in prima persona.»
«Il mistero non esiste per essere spiegato ma per essere vissuto.»
In varie esperienze nate nella mente e nel cuore di molti scienziati — così come nella mente dei grandi mistici — troviamo qualcosa che trascende la razionalità: si riferiscono a un’esperienza, a una sensazione o a una visione interiore. Questo è quello che nel percorso rosacrociano chiamiamo “esperienza mistica”.
Esiste una percezione di Unità, di ordine nella natura, di senso che trascende di molto l’idea di un ente creatore antropomorfo. Si tratta di un'esperienza di Unità dove l’idea di tempo e spazio è sostituita da quella di eternità, di partecipazione simultanea al Tutto, che non è la semplice somma delle parti perché non ci sono frammenti isolati da sommare: un Tutto senza un fine estrinseco o un progetto rigido, un’Unità presente qui e ora retta da un ordine armonioso. Nel linguaggio rosacrociano ci riferiamo al Cosmico.
È una percezione che non trova nelle parole ordinarie lo strumento per potersi esprimere, ma che il linguaggio dell’arte e, non di rado, quello della scienza riescono a evocare. C’è come un rimando a una realtà più ampia che ci sovrasta ma della quale sappiamo intimamente di far parte.
Ecco allora che l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione” è quella più fedele a questa dimensione. Il riferimento al cuore è la prima chiave di lettura: esalta il fatto che si tratta di un’esperienza interiore spontanea ed emotiva, non del mero esito di un calcolo mentale, anche se una meditazione rigorosa può favorirne l'insorgenza. Dall’esperienza del cuore deriva poi l’azione della razionalità, la comprensione, che è puramente individuale, soggettiva e ineffabile.
In passato alcuni teologi hanno cercato metafore per dimostrare Dio, come nel celebre caso del teologo William Paley 1 e dell'argomento dell’orologio e dell’orologiaio: trovando un meccanismo a orologeria si deve postulare l'esistenza di un artigiano che lo abbia fabbricato. Sebbene a prima vista tale analogia possa apparire intuitiva, si tratta di un sillogismo inadeguato alla vita biologica. L’orologiaio costruisce un congegno statico per uno scopo prestabilito (misurare il tempo), mentre la vita sulla Terra non procede secondo un piano predeterminato, ma attraverso esplorazioni continue di scenari possibili, tentativi e adattamenti, fortemente influenzata da eventi contingenti che possono mutarne la direzione, incluse le grandi estinzioni di massa.
Ma allora l’esperienza del sacro, l’esaltazione spirituale vissuta da così tanti ricercatori nella storia è soltanto un’illusione? Non esiste nulla oltre la materia? Non esiste un motivo per cercare una verità superiore?
Se consideriamo che la vita fluisce a partire dai primi atomi auto-organizzandosi, cercando le soluzioni che meglio si armonizzano con l’ambiente e muovendosi verso una complessità crescente fino a produrre la coscienza umana, possiamo comprendere che questo ordine centrale o divinità si esprime da dentro le cose, e non dall'esterno. Essa palpita in noi e in tutto ciò che esiste: un principio immanente che permea l’universo e si sperimenta nel processo che definiamo evoluzione. Tutto è all’interno dell’ordine e al tempo stesso è l’ordine medesimo.
Punto essenziale rimane la libertà interiore: ciascuno deve essere sovrano nel pensare e sentire secondo la propria sensibilità, poiché anche questa diversità è parte integrante dell’ordine centrale richiamato da Heisenberg e Sciama. Ogni elemento materiale ed energetico partecipa di una danza continua che al nostro livello temporale appare come evoluzione, ma che sul piano cosmico eterno è una totalità vivente presente qui e ora.
L’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione” è la sintesi più alta, rispettosa, mistica e autenticamente laica che l’AMORC ci dona. Essa armonizza le visioni divergenti, ricompone gli apparenti opposti e placa le inquietudini della razionalità. Il mistero non esiste per essere spiegato, ma per essere vissuto con reverenza, ricordando che spesso è proprio l'apparente paradosso a dischiudere la comprensione più profonda del Dio del nostro cuore.
1 William Paley, Natural Theology: or, Evidences of the Existence and Attributes of the Deity, 1802.
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