(Pubblicato sulla Rivista Rosa+Croce, Autunno 2026)
Rosa+Croce è una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine — ma impegnano solo i loro Autori — e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.
Il cuore nel pensiero dell'Antico Egitto
«Cuore e mente non sono in opposizione ma manifestazioni di una saggezza unitaria.»

Il pensiero egizio è improntato al principio dell’intelligenza del cuore. Più che categorizzare o analizzare in modo esaustivo l’oggetto della sua indagine, tende a suggerire allegorie, analogie e corrispondenze. Noncurante dell’astrusità che ne possa risultare, sonda l’argomento da più angolazioni, come in un gioco di specchi, tra immagini e parole le cui risonanze fonetiche e simboliche si intrecciano, risultandone un ricco immaginario, che era, in ultima analisi, uno strumento di indagine delle diverse realtà.
Essi intendevano il divino come onnipervadente e alla base di ogni manifestazione: in questo senso, la divinizzazione di ogni aspetto dell’esistente permetteva loro di interfacciarsi in modo diretto con esso. Cercheremo dunque di intuire — tra geroglifici, analogie e assonanze — le molteplici valenze che aveva il cuore non solo nella vita terrena e nell’aldilà, ma anche come chiave di accesso a una conoscenza sottile, a un’intelligenza superiore, dove cuore e mente non sono in opposizione ma manifestazioni di una saggezza unitaria.
Il cuore-HATY
Gli Egizi avevano due termini distinti per il cuore, una dualità che rifletteva due approcci fondamentali: uno empirico e l'altro mistico.
Per indicare l'organo fisico (il cuore di carne) gli Egizi usavano preferibilmente il termine HATY. Nel Papiro Ebers (XV secolo a.C.) si legge: “Il cuore-HATY parla nei vasi di tutte le membra”, riferendosi al polso arterioso, elemento diagnostico fondamentale per i medici dell'epoca.
HATY ha un'etimologia ben chiara: è formato dalla radice HAT, che significa “davanti, inizio, parte anteriore o fronte”, concetto reso visivamente dal geroglifico che raffigura la parte anteriore del leone (Fig. 1a). L'aggiunta della desinenza -Y trasforma questa preposizione in un sostantivo: per gli Egizi, HATY (Fig. 1c) significava letteralmente “colui che è davanti, colui che sta di fronte”, poiché il cuore risiede nel petto, nella parte anteriore del corpo.
«Ogni popolo sviluppa una quantità variabile di termini in base alla propria esperienza e necessità: gli Egizi svilupparono numerosi termini per suddividere gli aspetti dell'essere umano.»
A riprova di ciò, il geroglifico HAT ha un corrispettivo opposto che raffigura solo la parte posteriore del leone (Fig. 1b), presente in radici come PEH (dietro, fine) o KEFA (essere discreto). Nella parola HATY i geroglifici associano il cuore al leone, archetipo di forza e fierezza, qualità che noi oggi leghiamo al coraggio — termine che, significativamente, deriva dal latino cor (cuore). HATY potrebbe anche tradursi come “colui che è all'inizio”, essendo il primo organo a formarsi durante l'embriogenesi.
In epoca ellenistica, dall'incontro con l'Oriente i Greci rielaborarono il concetto di melothesia, che diede origine all'astrologia medica: il corpo umano era concepito come un microcosmo corrispondente al macrocosmo zodiacale e planetario. Il segno del Leone è associato al cuore, al petto e alla colonna vertebrale; la dea leonessa Sekhmet, patrona dei medici, presiede alla spina dorsale e al midollo spinale, canali dell'energia luminosa SEKHEM, affine alle energie impiegate nella terapeutica rosacrociana.
Fig. 2: Confronto tra la rappresentazione geroglifica del cuore (vasi e ventricoli) e la reale anatomia cardiaca. La predilezione per il simbolismo ha fatto talvolta ritenere gli Egizi privi di rigore razionale: in realtà essi mostrarono una straordinaria capacità di osservazione empirica che li rese i medici più celebrati dell'antichità (gli studi di Ippocrate culminarono proprio in Egitto).
Come documentato nei rilievi (Fig. 2a, risalente al 3000 a.C. circa), la rappresentazione geroglifica del cuore è spiccatamente anatomica: dalla tipica forma a vaso si diramano elementi che richiamano la disposizione di vene e arterie. La stilizzazione successiva (Fig. 2b e 2c) e le sezioni interne (Fig. 2d) testimoniano una mirabile combinazione prospettica tra aspetto esteriore e sezione ventricolare, prassi distintiva dell'arte egizia.
Il cuore-AB
Fig. 3: La radice AB e la rete di corrispondenze simboliche e fonetiche. La seconda parola impiegata per il cuore era AB. La sua etimologia si perde nella preistoria linguistica afroasiatica. Nel periodo copto si preferì il termine HATY (reso come HET), ma nell'Egitto dinastico AB rivestiva un ruolo spirituale supremo.
Gli Egizi consideravano la loro lingua di genesi divina: le corrispondenze tra omografi e omofoni rivelavano legami ontologici sottili tra i piani della realtà (un approccio speculativo affine a quello della Cabala ebraica). Nel suo omofono AB troviamo i significati di “amare, volere, desiderare, bramare” e, per estensione, “essere assetato”: ciò allude sia all'ardore del desiderio sia alla funzione del cuore che irrora i fluidi e l'aria vitale nel corpo.
Dalla medesima radice deriva ABUT (“benevolenza, animo gentile”), omofono di ABUT (“antenati, avi beati”). L'elasticità semivocalica collega inoltre AB alla radice IAB, usata per indicare l’“Est” e la “sinistra”: poiché gli Egizi si orientavano guardando a Sud, l’Est (il luogo della rinascita solare) corrispondeva al lato sinistro, dove risiede il cuore. Non a caso nella statuaria sacra le figure avanzano ponendo il piede sinistro in avanti, simboleggiando l'incedere dell'iniziato guidato dal cuore AB verso la Luce d'Oriente.
Sul piano poetico il cuore è accostato a IB (“capretto saltellante”): nei canti d'amore il cuore dell'innamorato che palpita viene paragonato a un capretto in festa. La radice evoca anche la danza sacra (IBA) e il pensiero intuitivo che spazia libero (IB con il determinativo dell'uomo che medita). La lingua geroglifica riflette la vita morale attraverso espressioni icastiche legate al cuore:
- Il furioso è “rosso di cuore”;
- L'amico intimo è colui che “entra nel cuore”;
- L'uomo discreto e fidato è “riservato di cuore”;
- L'ingegnoso è un “artigiano del cuore”;
- La temperanza risiede nel saper “frenare il cuore”;
- L'avido possiede un “cuore rapace”, mentre il generoso è “spazioso di cuore”;
- La pienezza della gioia è celebrata come “ampiezza di cuore”.
Il cuore AB, l’essere e l’aldilà

Gli Egizi svilupparono una nomenclatura minuziosa per descrivere i veicoli corporei e sottili: il corpo fisico vivente (KHET o HAU per le membra attive), il cadavere materiale soggetto a corruzione (KHAT) e la mummia consacrata dai riti di trasmutazione (DJET). L'essere umano si articolava in nove componenti che si spiritualizzavano progressivamente fino all'irradiazione gloriosa dell'AKH: REN (il nome segreto), SEKHEM (il potere spirituale), SHUT (l'ombra), KA (il doppio eterico/psichico), AB (il cuore-coscienza), BA (l'anima-personalità), SAHU (il corpo spiritualizzato) e l'energia magica HEKAU.
Dato che il cuore AB occupa una posizione centrale nel corpo, esso assumeva uno status di raccordo in questo spettro interiore. Nei testi sapienziali si delinea una precisa tripartizione morale:
- AB: centro della coscienza etica, del giudizio e del discernimento, paragonato al filo a piombo e inteso come santuario divino nell'uomo;
- HATY: sede dell'emotività dinamica, dell'iniziativa personale, delle passioni e del carattere;
- KHET (il ventre): ricettacolo degli istinti biologici primari, il cui dominio attesta l'autocontrollo del vero saggio.
Fig. 4: Il cuore AB raffigurato come vaso contenitore dei pensieri durante la pesatura di fronte a Maat. L’ambito che meglio rischiara la funzione dell'AB è la psicostasia (la pesatura del cuore). Al momento del trapasso, il BA si invola verso la Sala delle Due Maat: qui l'AB viene adagiato su un piatto della bilancia cosmica, mentre sull'altro è posta la piuma della Giustizia. Nella Fig. 4 il geroglifico dell'AB si rivela nella sua fisionomia di vaso: esso è il contenitore vivente delle memorie, degli atti, dei desideri e dei pensieri maturati nel corso dell'incarnazione terrena.
All'iniziato non si richiede un cuore astrattamente più leggero della piuma, ma una coscienza in perfetto equilibrio con l'armonia dell'Universo (Maat). Da notare la specularità sacra tra AB (il cuore terreno esaminato) e BA (l'anima spirituale che lo riaccoglie).
Se l'individuo ha calpestato le leggi divine, la creatura ibrida AMMIT (“La Divoratrice” — leone, coccodrillo e ippopotamo) inghiotte l'AB: è la temuta seconda morte, l'estinzione dell'Io cosciente (in egizio AMM-AB, “inghiottire il cuore”, designava lo svenimento e la perdita di coscienza).
Testa o cuore?
Il cuore spirituale AB trova il proprio simbolo terreno nell'organo di carne HATY. La sovrapposizione concettuale e il fatto che durante l'imbalsamazione il cervello venisse estratto mentre al cuore si riservava una cura meticolosa hanno generato il luogo comune secondo cui gli Egizi ignorassero la fisiologia encefalica, ritenendo che il cuore ne facesse le veci.
Si tratta di un grossolano equivoco storiografico. Le grandi opere costruttive esposero i lavoratori a innumerevoli incidenti sul lavoro: traumi cranici, lesioni spinali e commozioni cerebrali rivelarono precocemente ai chirurghi egizi che l'encefalo e il midollo spinale governano le funzioni motorie e cognitive. Le mummie mostrano testimonianze sbalorditive di trapanazioni craniche con rigenerazione ossea completata, prova inconfutabile della sopravvivenza dei pazienti agli interventi.
I testi geroglifici confermano che la testa (TEP, termine che significa anche “inizio, principio”) era venerata come il centro direttivo e decisionale: il termine HERY-TEP (“chi sta a capo”) designava il comandante e la guida del corpo. Se il cuore AB era il santuario della coscienza etica e delle intuizioni superiori, la testa presiedeva al comando esecutivo, alla percezione sensoriale e all'orientamento spirituale.
Per l'antica sapienza dei Faraoni, dunque, testa e cuore non si trovavano in sterile opposizione, ma operavano in armonica sinergia: la mente come lucido timone dell'azione nel mondo e il cuore come sovrano della coscienza immortale.
Scarica il PDF