(Pubblicato sulla Rivista Rosa+Croce, Primavera 2025)
Rosa+Croce è una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine — ma impegnano solo i loro Autori — e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.
L’essenza della gentilezza
Laureata in Geriatria presso l’Università di San Paolo (Brasile), ha conseguito una specializzazione presso l'Università di Oxford nell'ambito delle cure palliative, campo in cui è diventata un punto di riferimento a livello internazionale.
«Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo essere gentili con le persone e offrire la nostra bontà. Così la vita di tutti diventa più facile.»
P. abitava nella veranda di una casa abbandonata; il proprietario gli aveva dato il permesso ed era diventato una specie di guardiano della casa. Tutti i residenti e i commercianti lo conoscevano e gli volevano bene. Una mattina non si fece vivo; i vicini se ne accorsero. Lo trovarono molto debole e in stato confusionale, quindi lo portarono al pronto soccorso per la prima volta. Aveva un tumore all’esofago, già esteso ai polmoni. I medici hanno provato a intervenire ma senza successo, e così è stato ricoverato nel nostro reparto di cure palliative. Non c’era niente da fare per arrestare la malattia: aveva 49 anni, con una storia pregressa di alcolismo e fumo, costellata da episodi di confusione mentale, svenimenti e dolori.
Nel nostro Hospice ha trovato conforto. Abbiamo trattato l’infezione ed eliminato il dolore acuto di cui si lamentava, somministrandogli farmaci per prevenire allucinazioni e agitazione. Dopo otto giorni di ricovero ha risposto molto bene alle terapie. Senza sofferenza fisica, con i pensieri lucidi e sereni, si è rivelato un uomo gentile e garbato. Dormiva e si alimentava regolarmente, affezionandosi a tutto il personale, che ricambiava il suo affetto.
Qualche giorno dopo il suo miglioramento fu organizzato un pranzo per festeggiare il compleanno di alcuni pazienti del reparto di geriatria (separato da quello di cure palliative). Nel menu erano previsti spiedini di carne, verdure, insalata russa e la torta. Decidemmo di far partecipare alcuni pazienti delle cure palliative, tra cui P. Avevo qualche perplessità: lui mangiava con appetito, ma sempre zuppe, purè o cibi morbidi. «Qui prenderò qualche chilo in più, dottoressa», mi diceva contento, «il cibo è meraviglioso». Ma gli spiedini di carne? Persino i tirocinanti erano preoccupati: l’ingestione di solidi poteva ostruire il lume esofageo e causare forti dolori. Decidemmo comunque di provare.
La scena era toccante e gioiosa. Seduto su una sedia di plastica, P. sembrava raggiante accanto al prete dell’Hospice, diventato il suo migliore amico. Mi unii a loro per monitorare l'alimentazione. Quando gli offrirono l’insalata russa, P. mi guardò con occhi supplici: acconsentii a una prima porzione e poi al bis. Quando arrivarono gli spiedini, mi chiese con un sorriso: «Posso prenderne uno, dottoressa? Stia tranquilla, masticherò con calma». Ne mangiò ben due, senza difficoltà, terminando con una bibita gassata. Ai tirocinanti stupiti risposi di lasciare da parte per un momento i referti dell'endoscopia: il paziente aveva mangiato con gusto ed era felice, senza alcun disturbo. Certe cose la medicina razionale non le spiega.
Tuttavia P. sapeva che la fine era vicina, e confidò il suo desiderio più intimo: rivedere sua madre per chiederle la benedizione. Viveva nello stato di Paraíba, a oltre 2.700 km di distanza. L’unico documento in suo possesso era un logoro certificato di nascita da cui risultava un cognome comunissimo: Rossi. Non amava parlare del suo passato ed era restio a fornire dettagli. Dopo cinque mesi di permanenza, grazie all'aiuto del sacerdote con cui negoziavamo qualche sigaretta per stimolare i ricordi, riuscimmo a rintracciare il recapito di un nipote. Scoprimmo così i motivi del suo allontanamento: in gioventù, a causa dell'alcol e di episodi violenti, era stato ripudiato dalla famiglia e la madre ne aveva sofferto enormemente. I fratelli non volevano più sentirne parlare.
Durante una lezione universitaria raccontai la sua storia. Uno studente mi disse di conoscere il parroco del paese d'origine di P. Contattammo il sacerdote, il quale intraprese un viaggio di due ore nell'entroterra per recarsi a casa della famiglia, portando con sé un mio messaggio vocale in cui raccontavo la trasformazione di P.: diventato una sorta di doula della morte1 nel reparto, faceva compagnia ai malati soli, era sempre premuroso e dispensava conforto a chiunque. P. mi diceva spesso: «Mio padre mi ha insegnato a essere gentile e offrire bontà. Così la vita diventa più facile». E quando gli chiesi se credesse in Dio, rispose con saggezza: «In Dio non si crede come si crede a una storia qualsiasi: in Dio si ha fede».
I fratelli rimasero inflessibili: rifiutarono di far sapere alla madre anziana che il figlio era vivo, considerandolo morto da tempo. Poco dopo la malattia di P. riprese a progredire inesorabilmente. Per il suo cinquantesimo compleanno gli organizzammo una festa a tema con i colori della sua squadra del cuore. Quando gli chiesi cosa desiderasse come regalo, mi strinse la mano dicendo: «Voglio solo la sua amicizia. Se ho quella, non mi manca nulla». Tagliò la torta offrendo la prima fetta a me e la seconda alla tirocinante che lo assisteva ogni giorno; poi mi chiese di donare a chi ne avesse bisogno quasi tutti i suoi abiti, trattenendo per sé solo l'essenziale.
Nei giorni successivi le sue condizioni precipitarono. Entrò nella fase terminale; era agitato, semiconfuso e, nonostante la terapia di supporto, continuava a sussurrare debolmente: «Mamma, la benedizione... mamma, la benedizione...». Ero assente per qualche giorno e venni contattata dal giovane medico di guardia per valutare una sedazione palliativa profonda. La situazione lo richiedeva, ma P. appariva ancora trattenuto da un legame profondo, incapace di lasciarsi andare senza quel congedo materno.
Compresi cosa dovevo fare: da madre, sentivo che una madre è votata al perdono e che, se avesse saputo quale uomo generoso fosse diventato suo figlio, lo avrebbe stretto a sé. Scrissi un messaggio indirizzato a lui, mettendomi idealmente nei panni di quella madre anziana e sofferente, concludendo con le parole: «Figlio mio, Dio ti benedica». Chiesi al tirocinante di leggerglielo a bassa voce all'orecchio. Non appena le parole furono pronunciate, P. trovò la pace e si spense serenamente.
Al suo funerale partecipò tutto il personale dell'Hospice: una presenza così numerosa da stupire gli stessi addetti alle onoranze. P. aveva saputo farsi amare trasformando se stesso e donando gentilezza a chi gli stava vicino, testimoniando fino all'ultimo che l'essenza più profonda dell'animo umano risiede nella disposizione ad amare.
1 Doula della fine della vita (o della morte): figura che assiste e conforta il malato nei momenti terminali e accompagna i familiari nell'elaborazione del lutto.
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